Sull’inaugurazione dell’Anno Accademico

Inaugurazione dell’anno accademico: inaugurazione di un carcere o di una università?

Come USB P.I. abbiamo assistito all’inaugurazione dell’anno accademico dall’esterno del palazzo del rettorato, insieme agli studenti e a tutte le altre organizzazioni. Eravamo preparati a contestare il ministro di un governo che ci sta uccidendo nemmeno troppo lentamente con politiche di austerità solo per i precari, gli immigrati, i deboli, gli ultimi. Il ministro non è venuto, ma il palazzo era comunque precluso, blindato, a chi voleva una inaugurazione diversa fatta di confronto e dibattito in un momento di grave disagio sociale.

Abbiamo assistito, nonostante non ci fosse quel carattere di “emergenza” di ordine pubblico per le contestazioni al ministro, ad una scelta del Rettore di blindare comunque il palazzo, alla faccia del concetto di università pubblica. Abbiamo compreso cosa intende il rettore di questo Ateneo per università pubblica, cioè libera e pubblica nel momento in cui si pagano le tasse, ma chiusa nel momento in cui si chiede dibattito e confronto. L’università pubblica, come promotrice di cultura è morta.

Ieri studenti che pagano le tasse, studenti e lavoratori che nell’università vedono un luogo di crescita hanno assistito all’inaugurazione di un carcere, dove però i carcerati erano i carcerieri di se stessi, invece chi è rimasto fuori non accetta di essere rinchiuso in schemi di pensiero limitati, in celle di isolamento, ma vuole la contaminazione dei saperi. Un’università che non sa immaginare una sua trasformazione anche nel momento della sua inaugurazione, che dopo i discorsi di rito poteva essere occasione di confronto è dibattito è ciò che non vogliamo.

L’irresponsabilità del rettore è stata palese quando ieri sul finire della cerimonia ha dichiarato pubblicamente che gli studenti all’esterno potevano entrare, il colmo per gli studenti e chi assisteva da fuori e per la questura. Lo stesso rettore aveva chiesto alle forze dell’ordine di tenere fuori gli studenti il giorno prima e poi ha tentato maldestramente di far ricadere solo sulla questura la scelta repressiva. Il paradosso sta nel fatto che prima si comprime la voglia di confronto e dibattito, trasformandola in protesta e radicalizzandone l’espressione e poi si vuole fare i democratici facendo ricadere su altri le colpe della radicalizzazione del confronto.

Chi protestava fuori non è cascato nella trappola e ha deciso di portare un concetto di università pubblica e di sapere libero per le strade della città. Invitiamo la Questura di Siena, nel caso volesse far seguire alle contestazioni e al corteo di ieri una loro criminalizzazione, a riflettere sul fatto che l’istigatore di tale conflitto è unicamente il rettore dell’università degli studi di Siena.

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