La manovra del governo, di confindustria, delle banche e dei poteri forti dell’Europa è macelleria sociale: noi non ci stiamo

La manovra del governo, di confindustria, delle banche e dei poteri forti dell’Europa è macelleria sociale: noi non ci stiamo
Serve una piattaforma alternativa a quella di padroni e banche, lo sciopero generale e generalizzato e soprattutto una forte e prolungata mobilitazione
La “manovra anticrisi” del Governo Berlusconi sarà discussa in Senato in ambito di Commissione in questi giorni e
dovrebbe approdare in aula il 5 o 6 settembre. Nonostante la conversione in legge del decreto possa essere
effettuata entro 60 giorni dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale e cioè entro metà ottobre, i tempi di discussione nei due rami del Parlamento dovrebbero essere rapidi, anche se la “promessa” è di non ricorrere al voto di fiducia. Naturalmente potrebbero esserci delle modifiche richieste da maggioranza ed opposizione ma il peso ed il senso di questo vero e proprio massacro sociale non cambierà. Tra l’altro proprio una delle ipotesi di modifica si sta tramutando, se possibile, in un peggioramento: si parla di cancellazione del cosiddetto Contributo per i redditi oltre i 90.000 ed i 150.000 euro (rispettivamente del 5 e del 10% ) per introdurre aumenti dell’IVA che colpirebbero tutti ed in proporzione maggiore rispetto al potere d’acquisto dei salari, coloro che guadagnano meno, Senza entrare nel merito di tutti i punti previsti dalla manovra, riteniamo necessario approfondirne alcuni ed esprimere un giudizio generale su altri.
– Il primo aspetto è quello relativo al lavoro. Sul Pubblico Impiego si accentua la scure salariale e normativa, già approntata con le misure di questi ultimi anni e ulteriormente definita con la manovra del luglio scorso. Si prevede inoltre l’abolizione dei regali di Natale e del cenone di Capodanno, vista la possibilità di congelare la 13a con restituzione l’anno successivo in tre rate. Il TFR, che è salario differito, cioè soldi dei lavoratori di cui altri non possono disporre a piacimento e che rappresenta il risparmio di una vita di lavoro, viene
“concesso” dopo 24 mesi dal pensionamento, come se non fosse noto che proprio nel momento nel quale si va inpensione con una busta paga molto inferiore allo stipendio, è più necessario un sostegno economico.
L’abolizione di un certo numero di province e l’accorpamento dei comuni sotto i 1.000 abitanti, misura pensata e fatta con i piedi in ogni suo aspetto, colpirà ulteriormente l’occupazione e la “liberalizzazione” dei trasferimenti renderà tutti un po’ più precari.
Nel Privato, oltre alla misura che alza anticipatamente l’età pensionabile delle donne, portando tutti a 67 anni nel
2016 ed a 70 qualche anno dopo, si è scatenato l’appetito di Sacconi, di Marcegaglia e di Marchionne.
Utilizzando la manovra si sono inserite misure e provvedimenti che nulla hanno a che vedere con la crisi e con i risparmi sui conti dello stato. I Contratti aziendali potranno prevedere deroghe ai Contratti nazionali ed alle leggi vigenti su quasi tutte le materie contrattuali, dall’orario di lavoro, alle mansioni, ai licenziamenti, ecc.
Con un solo colpo si cancella quindi quasi tutto il peso del Contratto nazionale e si prevede la supremazia della
contrattazione aziendale sulle leggi dello stato e la cancellazione dello Statuto dei Lavoratori. Sacconi premia così
la Fiat e la Confindustria e i sindacati che “collaborano”, pronti ad ascoltare ed esaudire le richieste delle aziende.
Visto poi che ciò non era giuridicamente sufficiente a far felice Marchionne, il Governo ha regalato anche la retroattività, santificando così i contratti di Mirafiori e Pomigliano.
La contrattazione nazionale muore e quella aziendale si parcellizza, diventando sempre più “separata” e sempre
meno “collettiva”.
– Le privatizzazioni, le liberalizzazioni e la cessione delle partecipazioni pubbliche in aziende a capitale misto, diventano oggetto di ricatto agli Enti Locali. Questi ultimi devono rispettare bilanci, manovre di stabilità, tagliando servizi e aumentando le tasse, sapendo che se si vendono i “gioielli di famiglia”, saranno considerate “amministrazioni virtuose”, limitando di qualche decimale i tagli imposti. Pochi si soffermano però sull’aspetto più importante: tagliare una quota così importante di fondi a Regioni, Province e Comuni, vuol dire colpire alla radice il ruolo sociale degli enti locali e si traduce in nuove tasse per i cittadini e minori servizi.
Entrambe queste conseguenze ricadono pesantemente soprattutto sulla popolazione che in modo più concreto sta
già pagando la crisi, sui precari, sui pensionati, sui disoccupati e su quelle famiglie che pur utilizzando il salario di
uno o più componenti, non riesce comunque ad arrivare a fine mese.
Liberalizzare e privatizzare vuol dire anche aumentare ritmi di lavoro e ridurre i salari dei lavoratori e fornire servizi scadenti ai cittadini. Vuol dire ridurre all’osso quei servizi di pubblica utilità che sino ad oggi hanno rappresentato un welfare locale e di prossimità. Vuol dire fregarsene del risultato plebiscitario del Referendum sull’acqua pubblica che invece ha rappresentato un NO secco all’intera filosofia delle liberalizzazioni dei servizi
pubblici e non solo dell’acqua.
– Evitiamo volutamente di parlare di costi della politica, misura questa parziale, limitata e tardiva. Come non entriamo nel merito del furto del 1° Maggio, del 25 Aprile e del 2 Giugno. L’ultimo aspetto che invece vogliamo approfondire è l’estrema l’inadeguatezza della lotta all’evasione e la mancanza di una super patrimoniale. Da questi due provvedimenti sarebbero potuti emergere centinaia di miliardi di euro e si sarebbe in parte riassorbito quell’enorme squilibrio sociale che permette al 10% della popolazione di possedere il 50% della ricchezza del paese.
La demagogia non ha limiti e così si cerca di far passare il contributo del 5% e 10% dei soli “dipendenti ricchi” quale elemento di giustizia sociale. Senza cioè colpire l’evasione fiscale che è evidente nell’ambito del lavoro autonomo (che in media dichiara circa 30.000 euro l’anno) ed i grandi patrimoni frutto di un sistema iniquo che permette a pochi di fare soldi e profitti e a tanti di fare la fame.
Della manovra è certamente contenta la maggioranza di governo, anche se con qualche paradossale mal di pancia per non aver colpito di più le pensioni e meno gli stipendi più alti dei dipendenti..
Altrettanto felice è la Confindustria, anche se anch’essa avrebbe volto subito qualche anno di lavoro in più e qualche anno di pensione in meno.
Abbastanza soddisfatti Cisl, Uil e Ugl che dicono di essere in presenza di luci ed ombre, ma che di fatto vedono premiato il loro “collaborare” con aziende e governo.
Sconcertante la posizione di gran parte dell’opposizione parlamentare che balbetta e che da una parte si presenta come “responsabile” per non deludere Napolitano e Draghi e dall’altra denuncia la manovra come antipopolare ma non fa nulla per sollecitare una vera risposta “popolare” alla manovra.
La Cgil, che da mesi ha avviato una trasformazione genetica per portarsi allo stesso “livello” della Cisl, non riesce
proprio ad azzeccarne una e dopo la firma dell’Accordo con Cisl, Uil, Ugl e Confindustria e dell’insano Appello insieme agli stessi attori più le Banche, si trova oggi a dichiarare di voler scioperare come se nulla fosse accaduto negli ultimi mesi, come se non si comprendesse che il collegamento a filo doppio con il PD impone di non eccedere e al tempo stesso di sostenere “l’ambiguità” e la inadeguatezza dell’opposizione di questo partito. Il 23 agosto probabilmente indirà lo sciopero, ma su quale piattaforma, per sostenere cosa, per dire no a quali punti …. non è
dato sapere.
USB ritiene che si sia ad un punto cruciale della storia politica e sociale del paese e che la crisi stia facendo emergere con inaudita violenza le contraddizioni che da anni sono tenute debitamente sotto traccia per non far
esplodere il dissenso e l’opposizione.
Se la crisi è sistemica non può certo essere affrontata con piccoli accorgimenti che non modificano la struttura
del sistema che è la vera causa della crisi. Al contrario si deve agire sul sistema stesso, su una idea di società e di sviluppo completamente diversa, su misure di reale giustizia sociale che affrontino e modifichino la struttura della società e dei rapporti che in essa sono ormai sfibrati ed iniqui.

NON ACCETTEREMO ALCUN SACRIFICIO PER SALVARE BANCHE E PADRONI COME CHIEDE L’EUROPA: PRIME PROPOSTE PER AFFRONTARE LA CRISI

· lotta senza quartiere all’evasione/elusione fiscale e contributiva

· blocco delle spese militari e rientro di tutte le missioni militari all’estero

· cancellazione del debito

· patrimoniale e forte tassazione delle rendite e delle transazioni finanziarie; modifica della normativa fiscale a sostegno del lavoro dipendente e dei redditi

· nazionalizzazione delle banche e delle grandi imprese strategiche

· ricostruzione di uno strumento statale capace di rilanciare e finanziare la produzione e i servizi

· nessuna costituzionalizzazione del pareggio di bilancio e del libero mercato

· riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario

· sblocco di tutti i contratti e istituzione del reddito sociale per precari e disoccupati

· legge democratica e pluralista sulla rappresentanza e la democrazia nei luoghi di lavoro USB ha lanciato un appello a tutte le forze sindacali conflittuali per costruire una fortissima mobilitazione in tempi brevissimi. Due scioperi nazionali sono già stati lanciati da due categorie: i lavoratori del pubblico impiego sciopereranno per due ore il 9 settembre ed il 19 settembre saranno i lavoratori del trasporto pubblico locale a bloccare le città italiane per 4 ore.

E’ però indispensabile indire in tempi brevi lo SCIOPERO GENERALE e GENERALIZZATO a tutte le realtà sociali del paese e soprattutto è indispensabile dare il via ad una MOBILITAZIONE FORTE E CONTINUATA NEL TEMPO che faccia finalmente comprendere che IL LAVORO NON E’ SCHIAVITU’ e che I CITTADINI NON SONO SUDDITI.

USB

Agosto 2011

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