IL 150° D’ITALIA: TRA I DUE LITIGANTI IL TERZO PAGA OVVERO LE NOZZE COI FICHI SECCHI

IL 150° D’ITALIA: TRA I DUE LITIGANTI IL TERZO PAGA OVVERO LE NOZZE COI FICHI SECCHI.

Ebbene raccontiamola questa storia, non quella dell’Unità d’Italia, che sarebbe troppo lungo e impegnativo farlo, ma di quella bagatella del decretino sulla festa, che ha ben poco di intelligente e saggio, e che è frutto di quella furbizia prevaricatrice che sta portando alla malora il Paese.

Allora un certo La Russa, ministro della repubblica, un bel mattino si alza che aveva fatto un sogno, una specie di delirio in cui vedeva le piazze piene di gente che festeggiava l’Unità d’Italia con l’impeto un po’ squadrista dei buon tempi passati.

E allora disse “facciamo la festa. Il 17 marzo proclamiamo un bel giorno di festa nazionale a ricordo della unificazione dell’italico suolo in un unico stato”. In Parlamento con la sua rude e roca voce lancia la sua proposta di festa nazionale. Al ché un uomo in giacchetta verde, anche lui ministro della Repubblica, di nome Calderoli, la prende come un fatto personale. E replica “macché unità d’Italia, noi siamo popoli divisi riuniti coattamente 150 anni fa.

Ci sono i Celti da una parte e tutti gli altri che non contano. E poi di dané non ce n’è minga o meglio, come dicono a Lucca, non c’è trippa per gatti, il paese è in crisi e il costo della festa chi se l’accolla?

Dobbiamo ridurre la spesa pubblica, mica festeggiare”.

Al ché prende la parola una bella signora, presidente degli industriali italiani, che fa di nome Marcegaglia. Con parole ispirate e quasi in lacrime dice che se la festa s’ha da fa’ non sarà con i soldi loro, che fanno sforzi titanici per reggere le sorti del paese, e che un giorno di mancato lavoro li metterebbe in ginocchio annullando tutti i virtuosi processi del rilancio dell’economia nazionale. E tutti annuiscono al grido di dolore di un capitalismo sofferente e son empaticamente solidali con i patimenti dei capitani d’industria.

Fra alti e bassi la polemica prosegue in sordina, festa si festa no, lavoro si soldi no … giocate signori la pallina sotto quale carta si trova? Ora è qui la vedete? E adesso non c’è più. Ma no’, rieccola, ora a destra ora a sinistra e poi al centro. E in questo classico gioco delle tre carte vien partorito il decretino: la festa si farà ma se la pagheranno i lavoratori.

E così per festeggiare facendo risparmiare stato e padroni, una festività soppressa viene fatta obbligatoriamente fruire il 17 marzo. Ci possiamo domandare, viste le circostanze così poco propizie, perché la festa non sia stata proclamata per la domenica successiva, visto ché le nozze coi fichi secchi, per antica consuetudine, non si fanno. Far pagare gli invitati senza neanche averli interpellati, poi, non è neanche una cosa così corretta ….

Ora nasce la questione su cui tutti si spaccano la testa: il contratto nazionale che dice? E il ddl sulla festa come è scritto? E la funzione pubblica e l’ARAN, che riporta pedissequamente sul suo sito la relazione tecnica del decreto, che posizione hanno? La forza della legge mette tutto a tacere?

Alla fine la fregatura la prendono i lavoratori, secondo un copione ripetitivo e ingiusto che va avanti ormai da troppo tempo. Vale la pena di ricordare che l’80% del gettito fiscale derivante dalle dichiarazione dei redditi viene dai lavoratori dipendenti, e che il 10% della popolazione italiana detiene il 50% della ricchezza del paese. Il paese si regge quasi esclusivamente sulle spalle dei lavoratori, mentre l’uso delle risorse è deciso e va a vantaggio del risicato 10% che ha già quasi tutto, tanto da far pensare che la Repubblica non è fondata sul lavoro ma sullo sfruttamento dei lavoratori.

A guardare poi all’impegno profuso da Confindustria per tirare su le sorti del Paese, esso si basa sulla delocalizzazione e lo sfruttamento di altri popoli, e, al tempo stesso, nella riduzione delle condizioni di lavoro nel nostro Paese a quelle dei primordi dell’industrializzazione. Bell’impegno!

Nonostante ciò governo, partiti e sindacati confederati insistono sulla necessità che i lavoratori siano socialmente responsabili, che sacrifichino salario e tempo, che siano loro i primi ad approvare e a finanziare colla propria fatica e col sudore le strategie economiche di una classe di approfittatori e sfruttatori.

Per un punto Martin perse la cappa!

Il risultato di tutta la faccenda, con la buona pace di La Russa, è che la festa così fatta lascia un retrogusto di fiele in bocca; la constatazione di essere stati fregati ammazza lo spirito della festa. Padroni e stato padrone quest’anno incassano tre festività: quella del 25 aprile, che cade di Pasquetta, quella del 1 maggio che cade di sabato, e da ultima quella del 17 marzo che si concedono con un dll fatto ad arte (per non dire di Capodanno e Natale che quest’anno sono cadute o cadono di sabato o di domenica; e si arriva quindi a cinque).

Il bilancio è a tutto favore dello stato e dei padroni per questioni di calendario e regalie della legge. Lo scorso anno il 25 aprile cadde di domenica, il primo maggio di sabato, ferragosto di domenica e Natale e Santo Stefano caddero di sabato e domenica. Con questi presupposti ci si aspettava qualcosa di meglio, di più giusto e non una legge truffaldina come questa.

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