Monthly Archives: marzo 2011

UNIVERSITA’. USB: IL 7 APRILE PRESIDIO SOTTO LA SEDE CRUI

UNIVERSITA’. USB: IL 7 APRILE PRESIDIO SOTTO LA SEDE CRUI
I RETTORI DEVONO CAMBIARE ROTTA

Comunicato stampa

“Mentre il sistema universitario e’ nel caos per colpa dei tagli e della controriforma Gelmini, le dimissioni anticipate del presidente della Conferenza dei rettori, Decleva, che della controriforma e’ stato convinto sostenitore, riaprono il dibattito sul futuro dell’Università”. Lo dichiara Lorenzo Costa, dell’Unione sindacale di base.

“I rettori devono infatti cambiare rotta – incalza Costa – se non vogliono diventare i curatori fallimentari del sistema pubblico universitario nazionale, che ha invece bisogno di vedere revocati i tagli e di ottenere risorse economiche adeguate, sostegno all’occupazione, al diritto allo studio, alla ricerca pubblica, e quindi abrogazione della controriforma Gelmini”.

Prosegue Costa: “Per questi motivi l’Unione sindacale di base chiama alla mobilitazione tutta la comunità universitaria e convoca un presidio di protesta davanti alla Crui il prossimo 7 aprile, giorno in cui si riunisce l’assemblea straordinaria per eleggere il nuovo presidente, per chiedere ai rettori di recuperare il loro ruolo istituzionale e porsi al fianco delle richieste di riforma vera avanzate in questi mesi dal personale tecnico amministrativo, precari, studenti e ricercatori”, conclude l’esponente USB.

Appuntamento il 7 aprile sotto la sede del Crui, piazza Rondanini a Roma, alle ore 9.

Unione Sindacale di Base

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LIBIA. NOI NON CI ARRUOLIAMO!

LIBIA. NOI NON CI ARRUOLIAMO! CESSARE IMMEDIATAMENTE IL FUOCO

Nazionale

L’attacco delle forze europee e statunitensi alla Libia non avviene per mettere in campo un intervento umanitario ma è in tutta evidenza legato alle enormi risorse energetiche di cui quel paese dispone. Il mancato analogo intervento in altre situazioni simili – il massacro dei Palestinesi a Gaza da parte degli Israeliani che ha prodotto migliaia di morti mentre le potenze occidentali stavano a guardare e i media internazionali si occupavano d’altro, il silenzio totale su quanto sta accadendo in Bahrein e Yemen – non consente di equivocare sulle reali intenzioni degli attaccanti.

Mentre la tragedia giapponese rende impervia e comunque improbabile la prosecuzione dell’avventura nucleare per i Paesi occidentali avanzati, la necessità di assicurarsi le provviste di gas e di petrolio diventa importantissima e spinge le nazioni più industrializzate, e quindi maggiormente bisognose di fonti di energia, a farsi sceriffi interessati nella guerra civile libica. E’ evidente che l’intervento militare ha buon gioco ad accreditarsi come umanitario, viste le caratteristiche del rais libico Gheddafi che, dopo aver avuto una qualche funzione antimperialista nell’area, non ha però saputo minimamente procedere sul terreno della democrazia e della equa distribuzione delle immense ricchezze del suo Paese.

L’intervento in corso non solo consentirà ai paesi occidentali di garantirsi probabilmente gli approvvigionamenti di risorse energetiche per i prossimi anni instaurando in Libia un vero e proprio protettorato occidentale, ma potrà anche essere di pesante monito alle popolazioni dei Paesi limitrofi in lotta per liberarsi dai tiranni locali come l’Egitto e la Tunisia.

I lavoratori italiani non hanno nulla da guadagnare dalla guerra, che sicuramente consentirà al Governo, dentro una crisi economica che i lavoratori stanno pagando duramente, di dirottare ulteriori risorse sul fronte degli armamenti giustificando così ulteriori tagli al welfare.

L’USB esprime quindi una grande preoccupazione per quanto sta avvenendo in queste ore in Libia ed invita tutte le proprie strutture a farsi promotrici di iniziative a sostegno della pace e dell’immediato cessate il fuoco.

USB Unione Sindacale di Base

IL 150° D’ITALIA: TRA I DUE LITIGANTI IL TERZO PAGA OVVERO LE NOZZE COI FICHI SECCHI

IL 150° D’ITALIA: TRA I DUE LITIGANTI IL TERZO PAGA OVVERO LE NOZZE COI FICHI SECCHI.

Ebbene raccontiamola questa storia, non quella dell’Unità d’Italia, che sarebbe troppo lungo e impegnativo farlo, ma di quella bagatella del decretino sulla festa, che ha ben poco di intelligente e saggio, e che è frutto di quella furbizia prevaricatrice che sta portando alla malora il Paese.

Allora un certo La Russa, ministro della repubblica, un bel mattino si alza che aveva fatto un sogno, una specie di delirio in cui vedeva le piazze piene di gente che festeggiava l’Unità d’Italia con l’impeto un po’ squadrista dei buon tempi passati.

E allora disse “facciamo la festa. Il 17 marzo proclamiamo un bel giorno di festa nazionale a ricordo della unificazione dell’italico suolo in un unico stato”. In Parlamento con la sua rude e roca voce lancia la sua proposta di festa nazionale. Al ché un uomo in giacchetta verde, anche lui ministro della Repubblica, di nome Calderoli, la prende come un fatto personale. E replica “macché unità d’Italia, noi siamo popoli divisi riuniti coattamente 150 anni fa.

Ci sono i Celti da una parte e tutti gli altri che non contano. E poi di dané non ce n’è minga o meglio, come dicono a Lucca, non c’è trippa per gatti, il paese è in crisi e il costo della festa chi se l’accolla?

Dobbiamo ridurre la spesa pubblica, mica festeggiare”.

Al ché prende la parola una bella signora, presidente degli industriali italiani, che fa di nome Marcegaglia. Con parole ispirate e quasi in lacrime dice che se la festa s’ha da fa’ non sarà con i soldi loro, che fanno sforzi titanici per reggere le sorti del paese, e che un giorno di mancato lavoro li metterebbe in ginocchio annullando tutti i virtuosi processi del rilancio dell’economia nazionale. E tutti annuiscono al grido di dolore di un capitalismo sofferente e son empaticamente solidali con i patimenti dei capitani d’industria.

Fra alti e bassi la polemica prosegue in sordina, festa si festa no, lavoro si soldi no … giocate signori la pallina sotto quale carta si trova? Ora è qui la vedete? E adesso non c’è più. Ma no’, rieccola, ora a destra ora a sinistra e poi al centro. E in questo classico gioco delle tre carte vien partorito il decretino: la festa si farà ma se la pagheranno i lavoratori.

E così per festeggiare facendo risparmiare stato e padroni, una festività soppressa viene fatta obbligatoriamente fruire il 17 marzo. Ci possiamo domandare, viste le circostanze così poco propizie, perché la festa non sia stata proclamata per la domenica successiva, visto ché le nozze coi fichi secchi, per antica consuetudine, non si fanno. Far pagare gli invitati senza neanche averli interpellati, poi, non è neanche una cosa così corretta ….

Ora nasce la questione su cui tutti si spaccano la testa: il contratto nazionale che dice? E il ddl sulla festa come è scritto? E la funzione pubblica e l’ARAN, che riporta pedissequamente sul suo sito la relazione tecnica del decreto, che posizione hanno? La forza della legge mette tutto a tacere?

Alla fine la fregatura la prendono i lavoratori, secondo un copione ripetitivo e ingiusto che va avanti ormai da troppo tempo. Vale la pena di ricordare che l’80% del gettito fiscale derivante dalle dichiarazione dei redditi viene dai lavoratori dipendenti, e che il 10% della popolazione italiana detiene il 50% della ricchezza del paese. Il paese si regge quasi esclusivamente sulle spalle dei lavoratori, mentre l’uso delle risorse è deciso e va a vantaggio del risicato 10% che ha già quasi tutto, tanto da far pensare che la Repubblica non è fondata sul lavoro ma sullo sfruttamento dei lavoratori.

A guardare poi all’impegno profuso da Confindustria per tirare su le sorti del Paese, esso si basa sulla delocalizzazione e lo sfruttamento di altri popoli, e, al tempo stesso, nella riduzione delle condizioni di lavoro nel nostro Paese a quelle dei primordi dell’industrializzazione. Bell’impegno!

Nonostante ciò governo, partiti e sindacati confederati insistono sulla necessità che i lavoratori siano socialmente responsabili, che sacrifichino salario e tempo, che siano loro i primi ad approvare e a finanziare colla propria fatica e col sudore le strategie economiche di una classe di approfittatori e sfruttatori.

Per un punto Martin perse la cappa!

Il risultato di tutta la faccenda, con la buona pace di La Russa, è che la festa così fatta lascia un retrogusto di fiele in bocca; la constatazione di essere stati fregati ammazza lo spirito della festa. Padroni e stato padrone quest’anno incassano tre festività: quella del 25 aprile, che cade di Pasquetta, quella del 1 maggio che cade di sabato, e da ultima quella del 17 marzo che si concedono con un dll fatto ad arte (per non dire di Capodanno e Natale che quest’anno sono cadute o cadono di sabato o di domenica; e si arriva quindi a cinque).

Il bilancio è a tutto favore dello stato e dei padroni per questioni di calendario e regalie della legge. Lo scorso anno il 25 aprile cadde di domenica, il primo maggio di sabato, ferragosto di domenica e Natale e Santo Stefano caddero di sabato e domenica. Con questi presupposti ci si aspettava qualcosa di meglio, di più giusto e non una legge truffaldina come questa.

E’ NATA SARA!!!!!

 

Oggi alle 9.14  finalmente Sara si è decisa  e si è fatta vedere in tutta la sua bellezza a babbo Lorenzo e mamma Elisa.

A loro e alla piccola Sara gli auguri di tutta la RDB

lottiamo per l’università sciopero generale 11 marzo 2011

LOTTIAMO PER L’UNIVERSITA’ PUBBLICA
PER COSTRUIRE IL FUTURO

11 MARZO 2011   – SCIOPERO GENERALE –   MANIFESTAZIONE NAZIONALE A ROMA
Piazza della Repubblica – ore 9.30

Con fondazioni, privatizzazioni e federazioni tagliano futuro a lavoratori, studenti e al paese
La casta “potentissima” dei Rettori si sta rafforzando riuscendo a rinchiudere e a esaurire il
dissenso contro la riforma nelle commissioni per i nuovi statuti. La CRUI sembra divertirsi (alle spalle
e sulla pelle della comunità universitaria), ammettendo l’anarchia del sistema statale e nazionale delle
università, pubblicizzando (www.crui.it) un blog che sembra un nuovo gioco Sisal:
“Dalla revisione degli statuti degli atenei all’attuazione dei decreti applicativi. La cosiddetta Legge
Gelmini (L.240/2010) sta modificando parte della vita accademica. Ma ogni università è un mondo a sé.
Come cambierà l’assetto organizzativo? Quali i nuovi compiti degli organi di governo? Che ruolo per
l’internazionalizzazione, la ricerca e la didattica dopo il riassetto? In che modo verranno reclutati i
docenti di domani?”
La verità è amara, nascosta dietro ad una scientifica costruzione comunicativa che non solo ha
tamponato le “proteste” del dicembre scorso, non solo ha “esaltato” un modesto ministro come
Gelmini, ma ancora in questi giorni nasconde la spaventosa crisi economica degli atenei che mette in
forse ogni prospettiva di rilancio ed investimento nell’Università Pubblica. Con l’approvazione del
decreto Milleproroghe sappiamo che almeno 36 atenei andranno in rosso e rischieranno il
commissariamento o addirittura la chiusura dell’ateneo se non sapranno “razionalizzare” ergo
“tagliare”. E’ fin troppo chiara l’azione costante del governo nazionale verso i default pilotati che
spingono lo smantellamento del pubblico a favore del privato e a danno di clienti/studenti.
Le ristrutturazioni “aziendali” dell’Università sono già in corso da qualche anno con “piani di
rientro” che hanno prodotto già pesanti ridimensionamenti dell’attività didattica e dei servizi, in più di
un caso di mobilità coatta del personale e svendita del “ricco” patrimonio strumentale e immobiliare
delle Università Pubbliche. Al peggio non c’è mai fine e quindi oggi, rafforzati da una missione che
assomiglia sempre più a quella di un amministratore delegato, più che ad un garante dell’Istituzione, i
Rettori seguono strade ben delineate seppure sembrano contraddittorie come la reale competizione
tra atenei e la loro federazione.
Come ampiamente pubblicizzato con accordi che investono il Miur e i governatori regionali
(Campania, Molise, Puglia, Basilicata, Veneto, Toscana, …), per fronteggiare l’emergenza che mette a
rischio non solo il futuro dell’Università Pubblica ma anche i poteri e privilegi della casta nei territori, i
Rettori rinunciano a qualsiasi scontro nazionale sui tagli del finanziamento nazionale per affidarsi alle
ben più accoglienti “razionalizzazioni” regionali. Questi sono veri e propri processi di “risanamento” e
“riorganizzazione in rete”, che promettono, in nome dell’efficienza dell’offerta didattica e della
salvaguardia delle “eccellenze”, un ulteriore e più pesante ridimensionamento delle attività
didattiche e dei servizi dei singoli atenei.
Per gli studenti ciò significa mobilità forzata con un’ulteriore erosione del diritto allo studio; per il
personale tecnico-amministrativo significa esuberi, mobilità e tutto il doloroso corollario che ne
seguirà. Prepariamoci a “turbo processi” di svendita, esternalizzazioni e precarizzazione imposti dai
nuovi e più castranti rientri economici dal debito pubblico che dovremo subire dall’Europa. Tutto ciò
avviene al di sopra delle teste della comunità accademica troppo presa nell’impossibile difesa del
proprio particolare e nell’inerzia quando non la complicità dei grandi sindacati che hanno portato
nella guerra dei nuovi statuti rivendicazioni e sforzi per presenze pressoché inutili.
Trincerarsi nei propri atenei contro progetti di così ampia portata è sicuramente una strategia
senza via d’uscita, investire tempo e risorse in statuti che possono diversificarsi per qualche virgola
l’uno dall’altro o peggio aspettare e le complicazioni esasperate dei decreti applicativi significa solo
accettare e legittimare questo governo, questo ministro, questi Rettori! Questa riforma (L.240/2010)
è un vero sabotaggio al paese.
Rilanciamo quindi la necessità di unire il settore su una rivendicazione di difesa nazionale del
sistema universitario pubblico insieme a tutti i lavoratori che scenderanno in piazza per contrastare
questo spaventoso attacco al lavoro e allo stato sociale.

Roma, 4 marzo 2011 RdB-USB Università

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