Università: chiesto alla Camera il ritiro della riforma Gelmini

Oggi, nell’ambito dell’esame del disegno di legge C. 3687 ed abbinate recante la riforma del sistema universitario, una delegazione RdB USB e’ stata audita presso la VII Commissione Cultura della Camera dei Deputati.

L’accelerazione che si sta dando a questa riforma dimostra come, in modo irresponsabile, si stia realizzando un golpe ai danni di tutta la comunità universitaria.

La riforma va riscritta, ma prima bisogna risolvere questioni strutturali che minacciano la vita degli atenei, su tutto: finanziamento e ritiro dei tagli che affondano l’università pubblica.

Roma, 28 settembre 2010                            Esecutivo  Nazionale RdB-USB Università

Di seguito torvate il testo della memoria presentata alla Camera de Deputati sulla riforma Gelmini

Memoria RdB/USB Università in audizione, nell’ambito dell’esame del disegno di legge C. 3687 ed abbinate, recante la riforma del sistema universitario, presso la VII COMMISSIONE (CULTURA, SCIENZA E ISTRUZIONE) della Camera dei Deputati della Repubblica.

Abstract

L’Organizzazione Sindacale RdB/USB Università ritiene di ricordare, a tutti i membri della Commissione, che l’iter parlamentare del DDL in esame è stato accompagnato da fortissime contestazioni provenienti dall’intera comunità universitaria. Proteste culminate nella manifestazione unitaria di tutte le organizzazioni sindacali ed associative di settore, svoltasi il 19 maggio 2010 a Roma sotto il Senato della Repubblica. È, inoltre, doveroso sottolineare che il testo del DDL approvato al Senato, che codesta Commissione si appresta ad esaminare, non ha accolto nessuna proposta proveniente da queste organizzazioni. Motivo per il quale la protesta continua negli Atenei con il rischio concreto di un collasso dell’intero sistema Universitario pubblico italiano. Condividiamo la necessità di una profonda riforma delle nostre Università,  siamo anche convinti che tale riforma debba essere strutturale: cioè prevedere importanti investimenti tesi a valorizzare al massimo il ruolo pubblico dell’Università italiana come motore dello sviluppo culturale, scientifico e anche sociale, oltre che economico, dell’intero paese.

Così come fatto già nel corso dell’audizione al Senato, rinnoviamo il nostro giudizio negativo sul DDL in esame che riteniamo sbagliato e pericoloso, perché peggiora nel breve e lungo periodo la condizione e la prospettiva del sistema universitario italiano e di conseguenza anche del rilancio economico oltre che scientifico, culturale e sociale del Paese.

La nostra Organizzazione sindacale rivendica una riforma strutturale, una riforma vera che sappia stabilizzare, allargare e gratificare l’ossatura che tiene in piedi l’Università italiana attraverso il lavoro del personale tecnico, amministrativo, bibliotecario, degli insegnanti madrelingua sotto-inquadrati come CEL e dei ricercatori. Proprio ai ricercatori il DDL in esame, riserva un trattamento talmente “speciale” da giustificare la protesta che sta realizzando il blocco della “produzione cognitiva” nelle università per il nuovo anno accademico. In un’ottica comunque costruttiva, RdB/USB sottolinea come nel DDL in esame, venga ignorato e svilito il personale tecnico amministrativo delle Università Pubbliche. Questo personale annovera notevoli professionalità necessarie alla “vita” degli atenei, nel supporto alla formazione e alla ricerca. Difendiamo con forza l’esigenza strutturale per le università di poter contare su personale qualificato “stabile” e “pubblico” che in ogni ambito lavorativo non solo è sufficiente ma è condizione necessaria per raggiungere l’eccellenza che si pretendere dalle attività accademiche, sia umane che strumentali.

Tutto ciò premesso,

l’Organizzazione Sindacale RdB/USB Università chiede il ritiro del DDL in esame, sulla base delle critiche che riportiamo allegate al presente documento di sintesi.  In conclusione, nel dimostrarci disponibili ad ogni approfondimento che la Commissione ritenesse utile al suo lavoro, rivendichiamo per i lavoratori tecnico-amministrativi il ruolo di componente a pieno titolo della comunità universitaria. Pertanto, riteniamo fondamentale che il DDL in esame, se non dovesse essere ritirato come temiamo e semmai possa essere emendato, debba contenere le modifiche che riportiamo nella memoria scritta che lasciamo agli atti nell’ambito dell’esame del disegno di legge C. 3687 ed abbinate, recante la riforma del sistema universitario


Memoria RdB/USB Università in audizione, nell’ambito dell’esame del disegno di legge C. 3687 ed abbinate, recante la riforma del sistema universitario, presso la VII COMMISSIONE (CULTURA, SCIENZA E ISTRUZIONE) della Camera dei Deputati della Repubblica.

L’Organizzazione Sindacale RdB/USB Università ha il dovere di ricordare a tutti i membri della Commissione che, l’iter parlamentare del DDL in esame, fino ad oggi, non ha risolto le fortissime contestazioni giunte dall’intera comunità universitaria. L’opposizione ai contenuti del DDL è stato motivo di proteste che sono culminate con la manifestazione unitaria di tutte le organizzazioni sindacali ed associative di settore, che si è svolta il 19 maggio 2010 a Roma sotto il Senato della Repubblica.Il testo del DDL approvato al Senato, che codesta Commissione si appresta ad esaminare, è fondamento di una protesta generale i cui contenuti sono oggi motivo del rinvio dell’inizio del nuovo anno accademico cui i rettori delle università italiane devono far fronte a causa di criticità strutturali che il DDL in esame, così come si presenta oggi, peggiora e non risolve.Condividiamo la necessità di “riformare” le nostre Università ma l’Italia ha bisogno di una riforma vera, strutturale, con investimenti e valorizzazione dell’Università Pubblica italiana come motore dello sviluppo culturale, scientifico e anche sociale, prima che economico, dell’intero paese.L’azione del Governo in carica, dandosi priorità di cassa, con tagli trasversali a tutte le Amministrazioni Pubbliche, insieme al DDL in esame, mettono il treno dell’Università Pubblica su un binario morto senza realistiche prospettive di  tirarsi fuori da processi distruttivi e predatori dell’interesse privato. Prima di tutto l’eccellenza della formazione e della ricerca universitaria, in quanto pubblica e non “privata”, in quanto “bene comune” e non al servizio del profitto economico, non può e non deve essere sottomessa a ricatti finanziari da parte di nessun governo, come invece oggi sta accadendo con le leggi finanziarie del Ministro Tremonti.Il Parlamento è chiamato a difendere e rispettare le istituzioni pubbliche così come disegnate dalla Carta Costituzionale e, nel caso in oggetto, il DDL diventa uno dei provvedimenti su cui l’intera classe politica deve misurare le sue azioni, oggi, pensando per il futuro a come ristrutturare l’università come “fondamenta granitica” dello stato sociale e non come luogo di sfruttamento clientelare, politico ed economico, a scapito della qualità e della quantità al “diritto allo studio” di milioni di studenti.Così come fatto in audizione al Senato, rinnoviamo il nostro giudizio negativo sul DDL in esame che riteniamo sbagliato e pericoloso, perché peggiora nel breve e lungo periodo la condizione e la prospettiva del sistema universitario italiano e di conseguenza anche del rilancio economico oltre che scientifico, culturale e sociale del Paese. Non è una posizione ideologica di parte, ma la posizione sindacale di chi lavora dentro le Università e conferma le critiche avanzate in passato a tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi 20 anni, che a fronte di ideali e propagande altisonanti, sono i responsabili della crisi attuale del sistema universitario italiano.Il vero dramma è costituito dalle limitatissime opportunità offerte ai giovani talentuosi italiani che, grazie al nostro sistema formativo, una volta raggiunti livelli altissimi di professionalità e maturità accademica, sono costretti ad emigrare facendo la fortuna di altri paesi.

Questo è un dato di fatto, scandaloso per le ricadute negative sulla ricerca e sulla formazione come sulle capacità competitive del sistema paese. Questo dato è frutto della “precarietà” dei rapporti di lavoro imposti nel sistema universitario italiano con un altissimo grado di sfruttamento fisico e psichico cui sono sottoposti i lavoratori del “sapere” che a loro volta costituiscono una offerta non “certificata” ma “strutturale” di docenza imposta agli studenti (studenti che nelle aule e nei laboratori universitari, chiamano “professori” anche dottorandi, assegnisti o co.co.co/co.co.pro di ricerca.

Questo dato giustifica e rende praticabile ogni nostra rivendicazione sindacale di riforma strutturale: una riforma vera che sappia stabilizzare, allargare e gratificare l’ossatura che tiene in piedi l’Università italiana attraverso il lavoro del personale tecnico, amministrativo, bibliotecario, degli insegnanti madrelingua sotto-inquadrati come CEL e dei ricercatori. Proprio ai ricercatori il DDL in esame, riserva un trattamento talmente “speciale” da giustificare la protesta che sta realizzando il blocco della “produzione cognitiva” nelle università per il nuovo anno accademico.Il nepotismo e le clientele dentro l’Università sono figlie illegittime, comunque illegittime, di una carenza strutturale di risorse ed opportunità, che opera come un freno verso quell’eccellenza che, nonostante tutto, in ampi settori ci viene riconosciuto in Italia e all’estero. Il freno c’è ed è soprattutto tirato da chi si preoccupa maggiormente di mantenere e rafforzare la propria egemonia di casta con il consenso clientelare, il ricatto occupazionale, la precarietà imposta come dogma, le privatizzazioni degli interessi pubblici e la falsa meritocrazia che mai nessuno controlla e/o deve osare sindacare. Su tutto quanto riferito, le complicità e le responsabilità sono bipartisan e il disegno di legge, oggetto dell’odierna audizione, ne è la conferma nella forma e nella sostanza dei suoi contenuti. In un’ottica comunque costruttiva, rivendicando l’intervento politico e sindacale delle RdB/USB Pubblico Impiego, riportiamo alcune considerazioni di merito. Lo facciamo in particolare sottolineando come nel DDL in esame, venga ignorato e svilito il personale tecnico amministrativo delle Università Pubbliche. Questo personale annovera notevoli professionalità necessarie alla “vita” degli atenei, nel supporto alla formazione e alla ricerca. Difendiamo con forza l’esigenza strutturale per le università di poter contare su personale qualificato “stabile” e “pubblico” che in ogni ambito lavorativo non solo è sufficiente ma è condizione necessaria per raggiungere l’eccellenza che si pretendere dalle attività accademiche, sia umane che strumentali.

1. Governance (Art. 2 – Organi e articolazione interna delle università)

Il personale tecnico amministrativo viene espulso dagli organi accademici. In primis dal CdA, ma anche dal Senato Accademico e degli organi collegiali periferici. L’esistenza del ruolo del personale viene ignorata, come avviene nelle elezioni del Rettore. La rivendicazione del personale tecnico amministrativo di avere il diritto della partecipazione alle elezioni e nella rappresentanza negli organi statutari è un arricchimento per la gestione degli atenei, perché il personale tecnico amministrativo ha competenze e attività assegnate che sono estranee al personale docente impegnato nella formazione e la ricerca. Resta aperta la questione principe: la elettività del CdA che è precondizione per garantire l’espressione della comunità accademica, mentre è palese che un meccanismo teso a delegare al Rettore la designazione o la nomina dei componenti va esattamente nella direzione opposta e crea condizioni favorevoli a un ulteriore scadimento della governance degli atenei aprendo le porte a una direzione eterodiretta  e lottizzata degli atenei. Ancora peggio è l’apertura a figure esterne dalla comunità che per “definizione” ha in se i massimi esperti di ogni settore scientifico/disciplinare. E’ troppo eloquente la deriva politico/clientelare che personalità del territorio, che niente hanno a che fare con l’accademia, potrebbe portare nei CdA degli atenei,. Inoltre, è doveroso richiamare la finalità del governo degli atenei alla didattica e alla ricerca e non certo quello di misurare didattica e ricerca esclusivamente sulla gestione economica, perciò riteniamo  pericoloso sbilanciare gli attuali equilibri di poteri trasferendo al CdA tutti i poteri esecutivi, tra cui la programmazione in tema di didattica e ricerca che sono e devono restare al Senato Accademico. E’ dunque inaccettabile la cancellazione della funzione di guida e responsabilità politica del Senato Accademico nel governo degli atenei. I senati accademici nelle università italiane non possono essere declassati ad meri organi di consulta.

2. Trasformazione delle Università in Fondazioni

Il DDL ignora l’esistenza dell’art.16 della Legge 133/08 laddove nel consentire la trasformazione degli atenei in Fondazioni, dispone, senza alcun confronto sindacale, la fuoriuscita del personale tecnico-amministrativo dalle tutele del CCNL Università Pubbliche.

3. Tagli ai bilanci degli atenei e persecuzione al personale tecnico amministrativo

Per il 2011, con il taglio di oltre un miliardo di euro all’FFO, oltre ai tagli del 2010 per cui ancora non vi è soluzione, si condanna il sistema universitario italiano al collasso mentre in altri paesi, come la Germania, crisi e tagli alla spesa pubblica, non fanno perdere di vista ai governanti la necessità di potenziare e rilanciare formazione e ricerca universitaria perchè fondamento stesso del superamento in avanti della crisi.

Inoltre, i tagli operati dalla Legge 133/08 ai bilanci sono ricaduti per intero sul trattamento economico e i riconoscimenti professionali dei soli lavoratori tecnico amministrativi. Inoltre il blocco dei salari e dei rinnovi contrattuali della Legge 122/2010 hanno definitivamente congelato salari e contrattazione integrativa aggravando la condizione “materiale” del personale contrattualizzato, vanificando gli attesi ma mai realizzati “benefici” dell’autonomia universitaria. A questo si aggiunge il dettato del D.lgs. 150/2009, laddove accorpa il personale del comparto università insieme a lavoratori appartenenti ad amministrazioni diversissime per funzione, competenza e responsabilità statale. Il DDL in esame, risulta quindi essere una trappola “mortale” per il personale  tecnico amministrativo che, coinvolto dalla mobilità prevista al comma n.5 dell’articolo n. 3 (Federazione e fusione di atenei …), sarebbero lasciati in balia di ristrutturazioni “aziendali” con la mortificazione e lo spreco di professionalità specifiche. In questo contesto il destino del personale dei Policlinici/Aziende Ospedaliere Universitarie è paradossale perché le specificità sanitarie, oltre la ricerca e la formazione, toccano la vita dei pazienti assistiti dall’eccellenza medica dell’accademia.
Il DDL in esame, omettendo ogni provvedimento per  recuperare finanziamento per i bilanci e per il personale, non può essere valutato come indipendente dall’intera azione del governo in carica che quindi sottomette anche l’università pubblica come tutte le altre amministrazioni pubbliche ad un processo di sottofinanziamento che mira ad una riduzione strutturale dei servizi pubblici. Da una parte i processi di privatizzazione ed esternalizzazione dei servizi pubblici assicurano profitti “privati” a danno della spesa pubblica, dall’altra si ricorre sempre con più emergenza a “rattoppare” le disfunzioni statali con lo sfruttamento sconsiderato del “volontariato”.  Oggi, finalmente questo scandalo diventa questione sindacale con il ritiro della disponibilità alla didattica dei ricercatori. Il rinvio dell’inizio dei corsi anche negli atenei cosiddetti “virtuosi” mette il discussione il 40% della didattica che da lustri si è svolta grazie al contributo volontario di una categoria (i ricercatori) che il DDL in esame, umilia e rende figura strutturalmente precaria (3+2+3 anni a contratto con tempo determinato – comma n.3 art. n.21 – Ricercatori a tempo determinato). Il DDL in esame, in seguito alle nostre considerazioni riportate, con l’Art. 20 (Contratti per attività di insegnamento) conferma la sua contraddizione più inspiegabile rispetto alle finalità auspicate. “ Le università, (…) possono stipulare contratti, a titolo gratuito o oneroso, per attività di insegnamento (…) I predetti contratti sono stipulati dal rettore, su proposta dei competenti organi accademici”. Che fine fa la propagandata razionalità e qualità dell’offerta formativa ?

4. Ricercatori/Precari

Con la Legge 133/08 il governo ha posto uno stop ai processi di stabilizzazione del numeroso personale precario che partecipa al lavoro tecnico-amministrativo e anzi ha provveduto a stabilizzare la precarietà. Inoltre, la Legge 122/2010, Art.9, comma 28, recita: “A decorrere dall’anno 2011,  le  amministrazioni  dello  Stato, anche ad ordinamento autonomo, le agenzie, incluse le Agenzie fiscali di cui agli articoli 62, 63 e 64 del decreto  legislativo  30  luglio 1999, n. 300, e  successive  modificazioni,  gli  enti  pubblici  non economici, le universita’ e gli enti pubblici di cui all’articolo 70, comma 4, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e  successive modificazioni e integrazioni, fermo quanto previsto dagli articoli 7, comma 6, e 36 del decreto legislativo 30 marzo (( 2001,  n.  165  )), possono avvalersi di personale a tempo determinato o con  convenzioni ovvero con contratti di collaborazione coordinata e continuativa, nel limite del 50 per cento della spesa sostenuta per le stesse finalità nell’anno  2009.”

Il DDL in esame, non solo tace su questa situazione ma introduce, sul versante della docenza quanto sopra riportato. A fronte della strutturazione precaria dei nuovi ricercatori, ribadendo la necessità di stabilità salariale ed occupazionale per avere qualità e responsabilità nel lavoro svolto, è ormai evidente che la questione dei ricercatori va risolta con il riconoscimento dell’attività didattica svolta con merito insieme all’attività di ricerca per l’immissione in un  ruolo unico della docenza. Quindi lavoro a tempo indeterminato per i nuovi ricercatori e ruolo unico per i vecchi ricercatori che ormai da anni fanno docenza. Vanno tenuti ben distinti il ruolo dello studente come il dottorando e quello di lavoratore come gli assegnisti che fanno ricerca e che vanno regolati come lavoratori subordinati. La questione del reclutamento dei ricercatori non può che essere affrontata con lo stanziamento di risorse e un turnover che svecchi l’università aprendo ad una stagione straordinaria di concorsi veri per dare opportunità concrete ai migliori cervelli che si formano nelle nostre università e che hanno avuto periodi prestigiosi di formazione nei centri di ricerca e nelle università estere..

5. Contrattazione

Con la Legge 133/08 prima e con i successivi provvedimenti di legge, si è giunti a cancellare definitivamente il valore della contrattazione integrativa negli atenei demandando alle leggi (nemmeno più alla contrattazione nazionale) la regolazione dei rapporti di lavoro sia sul terreno dei trattamenti economici di produttività, sia sul terreno dell’organizzazione del lavoro. Tutto ciò mentre si promette di incentivare i lavoratori proprio attraverso la contrattazione sul posto di lavoro.

Nel merito del DDL in esame, l’Art. 8 (Revisione del trattamento economico dei professori e dei ricercatori universitari), stabilisce la: “trasformazione della progressione biennale per classi e scatti di stipendio in progressione triennale”, bene se la legge è uguale per tutti chiediamo che anche per il personale tecnico amministrativo siano previsti gli scatti automatici (va benissimo la cadenza triennale) nei livelli economici della categoria di appartenenza (B, C, D, EP).

6. Organici

Mentre aumenta la popolazione studentesca, aumenta l’organico dei docenti, l’organico dei tecnici amministrativi continua a diminuire. Per garantire i servizi amministrativi e tecnici, di supporto alla didattica e alla ricerca, si dovrebbe qualificare e ampliare l’organico tecnico-amministrativo che invece è soggetto al blocco delle assunzioni previsto dai provvedimenti legislativi, oltre che alla  concorrenza dei punti organici. Questi vanno separati e resi indipendenti dal personale docente, sia nella parte di finanziamento dell’FFO che in quella strategica della programmazione triennale.

7. Studenti

Da anni il sostegno agli studenti meritevoli è venuto meno, sia in termini di sostegno economico (ridotto ormai a borse di studio insufficienti e parzialmente erogate) e soprattutto in servizi (alloggi, mense, ecc.) Il DDL non solo disattende queste esigenze e demanda a successivi decreti del Ministro la questione, ma indica la soluzione nei prestiti d’onore che nulla hanno a che fare con il sostegno allo studio e molto con  gli interessi delle banche a questo nuovo mercato.

9. Policlinici Universitari e convenzionati

Il DDL non affronta le questioni dei Policlinici Universitari (AOU) e del personale convenzionato con il Servizio Sanitario Nazionale. La problematica spinosa ma fondamentale sia per la ricerca medica che per l’assistenza sanitaria, sia per la collettività che per il personale impiegato, ha bisogno di un quadro normativo nazionale che stabilisca i confini entro cui si deve prevedere l’intervento specifico dei Governi regionali.


9. Deleghe al Ministro

E’ paradossale che, mentre si incensa la “riforma” complessiva del sistema prevista dal  DDL come se fosse opera compiuta,  il DDL stesso sia infarcito di numerose deleghe al Ministro su temi cruciali come il già detto diritto allo studio.

Tutto ciò premesso,

l’Organizzazione Sindacale RdB/USB Università chiede il ritiro del DDL in esame per le critiche che abbiamo illustrato e che sono solo una parte delle contestazioni che il DDL ha ricevuto nel passaggio al Senato e che saranno ribadite nella protesta che nelle varie forme continuerà negli atenei italiani. Nella discussione che codesta Commissione si appresta ad iniziare, ci auguriamo siano prese in considerazione tutte le rivendicazioni mosse dai vari settori e categorie presenti nell’università. Invitiamo pertanto la Commissione a valutare con attenzione tutto quello che accade nelle università.In conclusione, nel ringraziare la Commissione per l’invito all’odierna audizione, nel dimostrarci disponibili ad ogni approfondimento che la Commissione ritenesse utile al suo lavoro, rivendichiamo per i lavoratori tecnico-amministrativi il ruolo di componente a pieno titolo della comunità universitaria. Pertanto,  riteniamo fondamentale che il DDL in esame, se non dovesse essere ritirato come temiamo e semmai possa essere emendato, debba contenere le seguenti modifiche:

1. L’esplicito richiamo al carattere elettivo e rappresentativo dell’intero corpo accademico (ivi inclusi i lavoratori tecnico-amministrativi) di tutti gli Organi Collegiali, a partire dal Senato Accademico e dal Consiglio d’Amministrazione.

2. Il diritto dei lavoratori tecnico-amministrativi a partecipare a pieno titolo all’elezione e al voto del Rettore, facendo venire meno il meccanismo discriminante e antidemocratico che assegna solo una percentuale di voto-preferenza a ciascun lavoratore tecnico-amministrativo.

3. L’abrogazione dei tagli ai bilanci d’ateneo di cui all’art. 66 della legge 133/2008 e l’esclusione dei lavoratori tecnico-amministrativi del comparto dai tagli al salario accessorio di cui all’art. 67  della Legge 133/2008.

4. L’esclusione dei lavoratori tecnico-amministrativi dell’Università dai criteri di valutazione e distribuzione del salario accessorio di cui al D.lgs. 150/2009.

5. L’esplicita individuazione di meccanismi di stabilizzazione dei precari; l’esclusione del comparto dall’applicazione dell’art. 49 della legge 133/2008.

6. La rimozione dei limiti alle assunzioni del personale tecnico-amministrativo (art. 1 legge 1/2009) e il varo di un piano straordinario di riequilibrio che permetta agli atenei pubblici di adeguare gli organici alle necessità del servizio.

7. La definire di un finanziamento specifico straordinario del DDL.

8. La garanzia di un piano pluriennale di finanziamento pubblico delle Università in ragione dell’inflazione e di meccanismi di riequilibrio che possano rimediare al sottofinanziamento accertato statisticamente degli atenei italiani.

9. Un piano di reinternalizzazione dei servizi appaltati a società private, ispirato a criteri di piena trasparenza e di rigore contabile e amministrativo.

10. L’abrogazione Art. 16, Legge 133/2008 (Facoltà di trasformazione in fondazioni delle università).

11. Definizione del ruolo unico della docenza e lavoro a tempo indeterminato per i nuovi ricercati.

12. L’azzeramento delle deleghe al Ministro.

RdB USB Pubblico Impiego – Settore Università

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